La storia di Lucia

Cilentana, da molti anni trapiantata a Genova, dove lavora allo sviluppo di terapie innovative nel reparto di oncologia dell'IRCCS San Martino- Istituto nazionale per la ricerca sul cancro.

"Sono nata ad Agnone Cilento, in provincia di Salerno. Un paese di circa 800 abitanti, con il pregio impagabile di essere sul mare. Chi nasce sul mare ne rimane condizionato in maniera positiva per tutta la vita. Diventa difficile vivere in un posto dove il mare non c'è".

Dopo il liceo classico ad Agropoli, a 27 chilometri da casa, la decisione di iscriversi a medicina a Napoli, distante 200 chilometri. "Uno dei motivi per cui ho fatto medicina è stata l'insistenza con cui mia mamma Margherita si è sempre detta certa che dei suoi otto figli sarei stata io a fare il medico, come lo zio". A partire dal quarto anno comincia a frequentare il reparto di oncologia, coltivando un particolare interesse per gli effetti del tumore della mammella sulla fertilità delle donne giovani, su cui scrive la tesi di laurea.

La laurea con 110 e lode coincide con la prima borsa di studio triennale di AIRC, per lavorare a una ricerca su un trattamento innovativo sul tumore della mammella: "La borsa mi ha stimolato in maniera importante a proseguire l'attività di ricerca in campo oncologico".

Poi, come spesso accade a chi è concentrato sulla ricerca, è durante un congresso internazionale, a Francoforte, che inaspettato arriva il colpo di fulmine: "Lì ho conosciuto Marco, che sarebbe poi diventato mio marito; lavorava come aiuto all'Istituto dei tumori di Genova". Era il 1991. L'anno dopo Lucia si trasferisce a Genova, nello stesso reparto del marito: "Anche lui si occupava di tumore della mammella, per cui da allora abbiamo cominciato a lavorare e a fare ricerca insieme. All'inizio venivo un po' vista come la fidanzata dell'aiuto primario, ma ho ben presto chiarito di avere non solo il mio caratterino, ma anche indipendenza e autonomia professionale. Da allora abbiamo lavorato insieme in modo sinergico, riuscendo a fare in modo che uno più uno facesse assai più di due. Insieme abbiamo imparato l'importanza del confronto, anche per avere un aiuto critico che metta in luce gli aspetti migliorabili di qualsiasi lavoro". Tra i segni tangibili di questo affiatamento professionale, la nascita del Gruppo italiano mammella, che oggi riunisce oltre cento centri oncologici.

Dopo il matrimonio, e l'acquisto della casa "piccolissima ma con terrazzo vista mare", all'inizio del 2000 arrivano i due gemelli Carlo Andrea e Margherita (chiamata così in onore della nonna).

"È stato il giorno più bello della nostra vita. Il lavoro è sempre stato molto importante per me, ma loro sono subito diventati il mio primo pensiero, senza che questo comportasse alcun rammarico. Con molta serenità".

Visto che le famiglie di origine sono lontane, in Campania e in Toscana, i bambini diventano subito ospiti fissi del congresso annuale dell'Associazione italiana di oncologia medica, di cui il papà in seguito sarebbe anche stato presidente: "Fin da quando avevano un anno me li sono sempre portati dietro, con la baby sitter, per poter stare con loro senza rinunciare a presentare i miei lavori. Per questo conoscono tutti gli oncologi italiani" racconta ridendo.

"Mi sveglio verso le cinque e mezzo e trovo in casa moltissime cose da fare. Mi occupo delle piante, e in particolare del melograno che sono molto fiera di aver portato da Agnone e di essere riuscita a far crescere rigogliosamente. E siccome mi piace moltissimo cucinare, alle volte mi piace far trovare ai ragazzi, al risveglio, una torta appena sfornata, insieme al pranzo che lascio in frigo per mezzogiorno, visto che da quando sono alle medie tornano a casa da soli. Quando ci vediamo la sera a casa parlo loro della mia giornata lavorativa, a volte mi chiedono di qualche paziente di cui ho parlato loro. Io partecipo alla loro vita scolastica e loro alla mia vita lavorativa. Parlo loro dei miei successi e delle mie sconfitte".

È stato anche il suo modo – da "mamma del Sud" – di superare insieme a loro il lutto che li ha colpiti crudelmente nel dicembre 2011, quando Marco se n'è andato per un infarto durante un intervento di angioplastica, ad appena 57 anni: "Ha continuato a lavorare fino al giorno prima dell'intervento, perché l'unica cosa che ha amato più del suo lavoro di medico e della ricerca oncologica sono i figli". Allora la vicinanza dei parenti è stata importantissima: "Per me e i miei figli è stato fondamentale avere tutti i miei fratelli e le mie sorelle vicino. È bello essere una famiglia numerosa" ricorda.

"Anche la maternità ha avuto riflessi sulla ricerca. L'importanza dell'esperienza di diventare madre mi fa capire la necessità di fare ricerca per consentire anche alle donne che hanno dovuto sottoporsi alla chemioterapia di diventare madri. Nasce così l'idea di provare una nuova strategia per preservare la fertilità delle giovani donne sottoposte a chemioterapia. Elaboro il progetto di ricerca, AIRC lo finanzia e i risultati sono stati entusiasmanti. Perché continuo a fare ricerca? Perché è il mio modo di fare il medico, di fare l'oncologo. La cosa più importante che posso offrire alle donne con tumore che si rivolgono a me è la possibilità di effettuare trattamenti nuovi, strategie nuove che in alcuni casi migliorano la loro probabilità di sopravvivenza e in altri casi possono consentire di ritornare a essere delle donne come tutte le altre, nonostante il pregresso tumore, nonostante la pregressa chemioterapia. Ho tenuto in braccio bambini nati dalle mie ex pazienti: c'è ricompensa migliore per i propri sforzi e le fatiche che fare ricerca inevitabilmente comporta?".