Genitori oltre il cancro

Preservare la fertilità nella donna

Per preservare la fertilità femminile esistono due approcci possibili: l’uso di farmaci che proteggono l’ovaio dall’azione “tossica” delle chemioterapie e la conservazione degli ovociti o del tessuto ovarico (mediante congelamento) per poter ricorrere a una fecondazione assistita dopo il termine delle cure.

La scelta dipende anche dall’età della donna e dalla presenza di altri figli: la probabilità mensile di concepire un figlio, in una donna sana, è del 30% intorno ai 30 anni, si riduce al 20% intorno ai 35 anni e scende al 10% dopo i 40 anni. Questi tassi influenzano anche le probabilità di successo di una fecondazione assistita e di conseguenza l’opportunità di prelevare e congelare le cellule uovo.

Il ricorso alla congelazione degli ovociti presuppone che il tipo di neoplasia consenta di ritardare di qualche settimana l’inizio dei trattamenti, per avere il tempo necessario a effettuare la stimolazione ovarica e il successivo prelievo (in alcuni tumori sensibili agli ormoni le stimolazioni sono vietate perché agirebbero come un fertilizzante per le cellule maligne).

In molti Paesi stranieri è consentito anche, in caso di relazione stabile, di fertilizzare gli ovociti prelevati e procedere quindi al congelamento degli embrioni ottenuti con tecniche di fecondazione assistita per eventualmente impiantarli in utero in un secondo tempo, quando la malattia è sotto controllo. In Italia la procedura più utilizzata è il congelamento degli ovociti maturi, che vengono fertilizzati solo nel momento in cui la donna, terminati i trattamenti, ritorna per avere la gravidanza utilizzando gli ovociti congelati.

Farmaci protettivi

È anche possibile ricorrere ad approcci diversi dalla fecondazione assistita. Si tratta di mettere a riposo, con farmaci appositi, il tessuto ovarico in modo che sia meno sensibile agli effetti della chemio. “Circa il 30% delle donne giovani trattate per un tumore al seno va in menopausa precoce, anche se tale rischio è minore sotto i 35 anni” afferma l’oncologa Lucia Del Mastro. “Qualche anno fa, con il sostegno di AIRC, abbiamo dimostrato che questa percentuale può scendere fino all’8%. Basta mettere a riposo le ovaie durante la chemio, con semplici iniezioni intramuscolari di un ormone, la triptorelina, effettuate ogni quattro settimane”.

Lo studio, pubblicato sulla rivista JAMA, dimostra che al termine del trattamento le ovaie ricominciano a funzionare e i cicli mestruali riprendono.

“Diversamente da quanto si credeva un tempo, oggi sappiamo che i cambiamenti ormonali legati alla gravidanza non aumentano il rischio che la malattia si ripresenti” spiega Del Mastro “e quindi la gravidanza non è più controindicata nelle donne con storie di tumori sensibili agli ormoni, come quello al seno”.

Gli ormoni dopo la chemio

Nel cancro della mammella sensibile agli ormoni, per evitare ricadute, si ricorre in genere a un trattamento con farmaci che bloccano l’attività degli estrogeni. Tra questi il tamoxifene, da solo o associato agli analoghi del GnRH, un altro ormone che blocca la produzione naturale di estrogeni. Il tamoxifene può indurre una menopausa precoce, ma il rischio è molto basso se utilizzato da solo in donne sotto i 45 anni di età. Dopo due anni di terapia con analoghi del GnRH, il ciclo riprende in genere entro 12 mesi, ma può accadere che l’età o altri fattori impediscano questa ripresa.

La scelta della terapia ormonale da seguire dopo la chemioterapia, la sua durata e le eventuali interruzioni per tentare una gravidanza dipendono da caratteristiche individuali e dalla “firma molecolare” del tumore. Per questo è essenziale decidere cosa fare con la collaborazione di un oncologo esperto, che tenga in considerazione i desideri della paziente.

Se la fertilità è compromessa

Talvolta, malgrado tutti gli sforzi messi in atto, non è possibile preservare la fertilità. Anche in questi casi è possibile ricorrere a soluzioni alternative, prima di rinunciare del tutto ad avere dei figli. Se l’infertilità riguarda la produzione dei gameti (ovuli o sperma) è possibile ricorrere a una fecondazione eterologa da donatore estraneo, nuovamente autorizzata in Italia dal 2014.

L’altra opzione è quella dell’adozione. L’idoneità all’adozione a una coppia in cui uno dei due partner è stato malato di cancro ed è guarito è legale. È però probabile che tra i controlli previsti vi siano anche approfonditi esami medici, perché l’adozione è un diritto del minore ad avere una famiglia serena in grado di accudirlo e amarlo il più a lungo possibile. Anche la valutazione psicologica può essere particolarmente approfondita, perché l’adozione richiede molte energie fisiche e mentali e il giudice ha bisogno di essere certo che gli aspiranti genitori ne siano provvisti.

  • Un tempo il cancro e la chemioterapia cancellavano la possibilità di avere dei figli, oggi grazie ai progressi della ricerca non è sempre così.

  • La scienza progredisce anche nel campo della prevenzione: le armi per la diagnosi precoce cambiano e si affinano col tempo.

  • Donna e uomo, anche se colpiti dalla stessa malattia, rispondono in maniera differente alle cure. Studiare la diversità migliora le terapie.

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