Nessuno studio solido contro l’uso del talco

Nessuno studio solido contro l'uso del talco

Dopo una sentenza emessa da un tribunale statunitense contro un grande produttore di talco per un possibile caso di tumore ovarico, si è diffuso l'allarme tra le donne che hanno fatto uso di questo prodotto igienico. Ma le prove accusatorie sono labili

Nel febbraio del 2016 la sentenza con cui un tribunale americano ha condannato una delle più note aziende di prodotti di igiene a pagare un risarcimento di ben 72 milioni di dollari alla famiglia di Jackie Fox, morta di tumore ovarico, ha fatto il giro di tutti i media mondiali. E ha sollevato non poche preoccupazioni. Secondo la giuria, l'azienda era responsabile di non aver adeguatamente informato i consumatori sul fatto che l'uso prolungato di prodotti per l'igiene a base di talco (in particolare se usati a livello inguinale o, come si faceva fino a qualche anno fa, per mantenere asciutti i diaframmi contraccettivi in lattice di gomma) comporterebbe un aumento del rischio di tumore dell'ovaio. Ma è vero?

Innanzitutto è bene sgomberare il campo da un equivoco comune: negli Stati Uniti, come in Italia, una sentenza non è determinata soltanto dalla solidità delle prove scientifiche. Il giudice (e, nel caso degli Stati Uniti, anche la giuria popolare) possono basare il giudizio su valutazioni generali di natura non strettamente scientifica.

Gli studi più affidabili

La verità scientifica, come spesso accade, presenta ancora alcune aree di incertezza. Quello che è certo è che se anche l'esposizione prolungata al talco comporta un aumento del rischio di tumore dell'ovaio, questo aumento è di certo molto modesto in valori assoluti. Il tumore ovarico è, per fortuna, relativamente poco frequente: rappresenta infatti meno del 3 per cento di tutti i casi di tumore. In generale, tra i numerosi studi che sono stati condotti negli ultimi anni sull'argomento, quelli con i campioni più grandi e con la metodologia più rigorosa non hanno rilevato alcuna associazione tra uso di talco e sviluppo di tumore ovarico.

La maggioranza degli studi condotti finora è basata sulla memoria delle partecipanti, che sono state invitate a ricordare cosa hanno fatto nel passato: sono i cosiddetti studi "caso-controllo", che provano a capire quali eventi o comportamenti del passato sono comuni tra chi si è ammalato (i "casi") e quali non lo sono tra le donne sane (i "controlli"). Proprio perché si basano sulla ricostruzione a posteriori, i ricercatori sanno che non sempre questi studi forniscono risultati solidi.

Più affidabili sono gli studi detti di coorte, che reclutano un ampio gruppo di donne sane e le seguono nel tempo raccogliendo numerosi dati (tra cui per esempio il consumo di prodotti per l'igiene intima con talco). L'unico studio di questo tipo che ha indagato la relazione tra talco e tumore dell'ovaio non ha osservato alcun legame.

D'altra parte, nessuno scienziato ha finora identificato né ipotizzato un meccanismo biologico per cui il talco potrebbe causare lo sviluppo del tumore (almeno da quando, negli anni settanta, sono state eliminate tutte le contaminazioni da asbesto – lo stesso minerale contenuto nell'amianto – che fino ad allora erano comuni).

Metanalisi e revisioni

Più in dettaglio, una metanalisi (cioè una serie di metodi matematico-statistici che integrano i risultati di diversi studi clinici e traggono conclusioni più solide di quelle ottenute da ogni singolo studio) applicata ai risultati di 16 studi che avevano coinvolto complessivamente 12.000 donne e pubblicata nel 2003 da Huncharek e collaboratori sulla rivista Europe PMC, segnalava un aumento del rischio di cancro ovarico associato all'uso del talco di circa un terzo. Una revisione del 2013 sugli studi americani (con 18.000 donne coinvolte) ha rilevato un aumento analogo associato all'uso del talco per l'igiene intima ma non all'uso su altre parti del corpo. Entrambi questi studi sono di tipo caso-controllo.

Un altro ampio studio americano pubblicato nel 2000 – che coinvolgeva circa 80.000 donne – non ha rilevato alcuna correlazione, se non un debole legame con un tumore molto particolare, il tumore ovarico sieroso, che potrebbe anche essere frutto del caso o della contaminazione da asbesto, un problema non più presente al giorno d'oggi. Anche uno studio australiano del 2008 ha osservato un debole legame con questo specifico tipo di tumore.

Nel 2007, la metanalisi di nove studi che hanno valutato donne che hanno usato i diaframmi contraccettivi conservati nel talco non ha osservato alcun legame: questo dato è considerato particolarmente rassicurante, perché un'esposizione così ravvicinata alla sede di sviluppo della malattia dovrebbe avere un effetto più significativo e visibile.

Nel complesso, gli esperti sottolineano che anche un aumento di rischio di un terzo – il valore massimo osservato da alcuni studi – rimane di entità in assoluto modesta.

Un altro elemento che gli esperti ritengono importante è la mancata relazione, negli studi caso-controllo che hanno osservato un aumento di rischio, tra l'entità dell'esposizione al talco e l'entità dell'aumento di rischio.

In pratica, chi ha usato più spesso prodotti per l'igiene intima a base di talco, o chi usava a scopo contraccettivo un diaframma ricoperto di talco, non ha mostrato un rischio maggiore di chi ha avuto un'esposizione minore o meno diretta. Anche questo viene interpretato come un dato a sostegno della relativa sicurezza del talco, perché quando una sostanza causa il cancro vi è una netta relazione tra entità dell'esposizione e aumento di rischio, per via di una sorta di effetto di accumulo dei danni.

 

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